Quadro di riferimento

La presente analisi prende spunto dall'esame dei dati effettuata quest'anno dalla CGIL e dal Sunia, sindacato degli inquilini di Prato.

Il mix tra impoverimento dei lavoratori a causa dell’emergenza Covid e affitti troppo alti sta determinando una “situazione allarmante” a Prato, dal punto di vista delle politiche abitative. Il disagio, in questo ambito, si tocca con mano da tempo: Prato è la quarta città toscana per numero di sfratti; è il territorio, dopo Firenze, con il più alto costo degli affitti e la città toscana con la minore dotazione di alloggi popolari. Il Coronavirus non ha fatto altro che far esplodere il bubbone, rendendo evidente un altro fenomeno, che poi si ripercuote sul mondo dell’abitare, ovvero il costante impoverimento dei lavoratori. A tale proposito basta analizzare la graduatoria provvisoria del contributo straordinario agli affitti: le domande hanno subito un aumento del 585% rispetto a quelle del bando ordinario 2019 (erano state 340). Dai dati del Sunia risulta che, tra marzo e maggio 2020, si sono presentati ai suoi uffici 259 nuovi cittadini in cerca di aiuto. Non si tratta di persone note ai Servizi sociali. Sono lavoratori che non hanno mai partecipato ai bandi per le case popolari e che fino a marzo hanno “lavorato per vivere”, comunque facendocela senza aiuti pubblici. 83 di queste persone avevano chiuso la loro attività; 109 erano in cassa integrazione o avevano almeno una persona in cassa integrazione nella loro famiglia; in 18 casi c’erano due lavoratori in cassa integrazione nel nucleo familiare, in altri 49 un lavoratore in cassa integrazione e l’altro con attività chiusa. Tutti avevano in comune la difficoltà nel pagare l’affitto. Solo in 39 situazioni i proprietari, tutti piccoli, hanno acconsentito ad abbassare il canone. A fronte di questa situazione, dalle grandi proprietà non c’è stata alcuna risposta alle richieste di ridurre gli affitti.

Che i lavoratori salariati siano in difficoltà e ce la facciano a malapena ad arrivare alla quarta settimana del mese, è ormai noto da tempo. Non c’è più solo un disagio sociale, ma c’è anche un disagio che si è spostato nel mondo del lavoro. Il Coronavirus ha fatto il resto: a Prato 30.000 lavoratori hanno fatto richiesta di ammortizzatori sociali; la perdita retributiva negli ultimi 3 mesi è stata pari al 33% per un operaio e pari al 47% per un dirigente d’azienda.

Il lavoro che non va, da una parte, quindi, e gli affitti, dall’altra. A Prato in media i proprietari chiedono 500 euro per un monolocale, 700 euro per un bilocale e 800 euro per un trilocale. Affitti certamente eccessivamente cari. Soprattutto se si fa un confronto con le città vicine: già a Pistoia i prezzi calano del 40%. A Prato il calcolo del costo al metro quadrato viene fatto sulla superficie catastale e non su quella calpestabile, e questo fa ulteriormente lievitare i prezzi. A maggior ragione in questa fase occorre, quindi, intervenire sul mercato privato delle locazioni, dove i tavoli per i cosiddetti “accordi territoriali” che dovrebbero attivare il canale degli affitti calmierati sono fermi dal 2003. A questi tavoli si siedono le organizzazioni sindacali che rappresentano gli inquilini e quelle che rappresentano i proprietari, in tutto una decina di sigle. Una minoranza delle sigle che rappresentano i proprietari ha fatto ostruzione. Evidentemente non hanno interesse a cambiare qualcosa. Più volte è stato chiesto al Comune, che è presente come intermediario ai tavoli degli accordi territoriali, di lavorare affinché qualcosa nel mercato degli affitti cambi. Tutto ciò è nell'interesse dello stesso Comune, visto che ogni cittadino a cui non si dà una risposta è un potenziale utente dei Servizi Sociali. La proposta portata al tavolo degli accordi territoriali è appunto quella di prevedere come meccanismo incentivante per l’abbassamento dei canoni di locazione, il taglio o la riduzione dell’aliquota comunale dell’Imu.

Nel mix micidiale tra lavoro povero e affitti alti, a lievitare saranno le esecuzioni di sfratto In media a Prato ci sono 270 esecuzioni l’anno: tra dicembre e gennaio si potrebbe assistere ad un raddoppio degli sfratti per morosità.

Il grave disagio abitativo di Prato ormai non riguarda soltanto le fasce emarginate della popolazione, ma sempre più ha i caratteri e il volto del lavoro dipendente. E’ questa la grande novità dell’emergenza casa a Prato, aggravata dall’emergenza sanitaria. A cominciare da quelle sui redditi, falcidiati, causa lockdown, dal massiccio ricorso alla casa integrazione: a Prato sono 30 mila i lavoratori che vi hanno fatto ricorso. Per un lavoratore in cassa integrazione per dodici settimane, tre mesi, ha significato perdere in media 350 euro, per un impiegato e un quadro anche 750 euro. Una riduzione di circa il 33% per un operaio, del 45% per un impiegato e un quadro». In queste condizioni pagare un affitto o un mutuo o far fronte ad altre scadenze (vedi ad esempio la Tari) è problematico, se non impossibile.

Allora vediamo la situazione esplosiva di Prato, raccontata da Cgil e Sunia. 

 


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